1. L’ORIGINE

Il processo si rifà all’inchiesta condotta nel 2008 dalla procura di Forlì nell’ambito di una grossa operazione anti-evasione fiscale e riciclaggio malavitoso. Le indagini coinvolsero l’area di Rimini, Bologna e San Marino portando in carcere i vertici della Cassa di Risparmio di San Marino (venne messa sotto inchiesta anche la bolognese Delta Banca, poi liquidata) e indagando quasi un migliaio di persone.

Da IL FATTO QUOTIDIANO 22/12/2012 Emilia Romagna – Cronaca

“ Varano è in fase di dibattimento preliminare. Coinvolti nel 2008 i vertici della Cassa di Risparmio di San Marino e mille persone, di cui la metà riminesi. Il presidente Vitali: “Problema etico ed economico”. Possibile una class action dei cittadini truffati.

Essere un ente pubblico e costituirsi parte civile in un procedimento penale di evasione fiscale e riciclaggio. Aprendo un precedente per tutta l’Italia e, quindi, una potenziale class action.

E’  l’ultima strada percorsa dalla Provincia di Rimini per tentare di stroncare gli evasori e i falsi poveri, mai domi in riviera. La richiesta di parte civile è stata avanzata perché, dice il presidente dell’ente riminese, Stefano Vitali del Pd, l’evasione e il riciclaggio sono reati non solo patrimoniali o contro l’economia, ma che “offendono la corretta evoluzione economica delle comunità”. Chi evade il fisco, continua l’amministratore romagnolo, “sottrae due volte risorse perché finisce in automatico tra le categorie più fragili socialmente e, dunque, più tutelate dallo stato sociale”.

Il procedimento in questione è l’ormai celebre inchiesta ribattezzata Varano e condotta nel 2008 dalla procura di Forlì nell’ambito di una grossa operazione anti evasione fiscale e riciclaggio malavitoso. Al momento il processo è nella fase preliminare, le indagini hanno coinvolto l’area di Rimini, Bologna e San Marino portando in carcere i vertici della Cassa di risparmio di San Marino (venne messa sotto inchiesta anche la bolognese Delta Banca, poi liquidata) e indagando quasi un migliaio di persone, per metà riminesi.

La Provincia di Rimini ha ricevuto parere favorevole ad accedere agli atti del procedimento da parte del gip di Forlì Alessandro Trinci come parte offesa nell’udienza preliminare del procedimento. L’istanza firmata dal procuratore capo Sergio Sottani e dal sostituto Fabio Di Vizio è stata depositata al gip in cancelleria il 12 dicembre, la richiesta di Vitali è stata inoltrata dal legale Nicoletta Flamigni con esito positivo. “La procura di Forlì è stata molto coraggiosa e il procuratore mi ha chiesto sei volte se ero sicuro di procedere”, spiega il presidente della Provincia. Al momento nessuna richiesta precisa di danni è stata ipotizzata, bisognerà aspettare l’evolversi del procedimento: “Ma anche un solo euro che dovesse arrivarci sarà investito nello sviluppo imprenditoriale locale”, promette Vitali.

Il presidente Pd assicura che il caso potrebbe ‘fare scuola’ a livello nazionale: “Nell’inchiesta sono coinvolte un migliaio di persone per circa la metà riminesi. Il nostro territorio in Italia è quarto per qualità della vita e 94esimo per il pagamento delle tasse, non si può andare avanti così. Altri enti potranno agire come noi, può nascere una sorta di class action. Il punto è che questo livello di evasione fiscale non ce lo possiamo più permettere se vogliamo guardare al futuro”.

La Provincia a Rimini è l’ente che in riviera si spende di più contro l’evasione e il suo presidente non da oggi incassa antipatie per questo da parte di qualche associazione di categoria. “Il problema non è solo etico o morale, ma economico. Se i soldi non ci sono non si possono investire in infrastrutture o servizi”, taglia corto Vitali.”

L’indagine Varano, condotta dai pm Fabio Di Vizio e Marco Forte, scoppiò nel maggio del 2009 con gli eclatanti arresti degli ex vertici dello storico istituto di credito sammarinese, sotto le telecamere del programma di Rai3 Report. Nel processo si saprà se i reati contestati – a vario titolo le accuse sono di riciclaggio e abusivismo bancario, oltre che di false comunicazioni alla vigilanza di BI e ostacolo all’organismo di controllo – reggeranno alla prova del dibattimento. Ma per ricostruire la complessa inchiesta attorno all’affaire Delta non c’è solo questa indagine. Nel Tribunale di San Marino è stata aperta una nuova inchiesta per amministrazione infedele: sotto la lente il pagamento da parte della Cassa di Risparmio delle quote che Sopaf, la finanziaria dei fratelli Magnoni, deteneva in Delta. Un prezzo giudicato eccessivo dalla perizia commissionata dal Tribunale sammarinese. Sulla cifra richiesta gli ex vertici della banca si erano sempre opposti.

2. LE TAPPE
    1. Ottobre 2014 Iniziato al tribunale di Forlì il processo ‘Varano’. A giudizio la finanziaria Carifin, il Monte dei Paschi di Siena e 28 persone. Sono 54 in tutto, a vario titolo, i capi di imputazione contestati: il principale rimane quello per riciclaggio.

Da ROMAGNA NOI del 09/10/2014:

FORLI’ – Sfilata di testimoni eccellenti per il processo Varano che si apre il 15 ottobre nel Tribunale di Forlì. La vicenda è quella che chiama in causa la Cassa di Risparmio di San Marino per la sua partecipazione nel gruppo bolognese Delta, specializzato nel credito al consumo. Ventotto le persone rinviate a giudizio, fra cui una quindicina di sammarinesi, oltre a Monte dei Paschi di Siena, l’istituto di credito sammarinese e la sua finanziaria Carifin come persone giuridiche. Importanti i nomi nelle liste dei testimoni, fra cui Mario Draghi, all’epoca governatore di Bankitalia e oggi numero uno della Banca centrale europea, convocato dall’accusa. Lungo l’elenco delle testimonianze da ascoltare stilato dai difensori.

Atteso a Forlì l’ex ministro Giulio Tremonti  che seguì molto da vicino la vicenda. Sempre per Bankitalia sono stati chiamati a testimoniare l’ex governatore Antonio Fazio, durante il suo mandato prese vita il progetto Delta; il ministro delle Finanze del governo Letta Fabrizio Saccomanni, all’epoca direttore generale di palazzo Koch; Anna Maria Tarantola, già capo della vigilanza e oggi presidente della Rai. Nutrita anche la pattuglia dei sammarinesi. Saranno S sentiti come testimoni l’ex segretario di Stato Gabriele Gatti, la collega Antonella Mularoni, Tito Masi ex presidente della Fondazione Cassa di Risparmio, gli ex vertici di Banca centrale Gianluca Papi, Biagio Bossone e Stefano Caringi e tanti altri ancora.

L’indagine Varano, condotta dai pm Fabio Di Vizio e Marco Forte, scoppiò nel maggio del 2009 con gli eclatanti arresti degli ex vertici dello storico istituto di credito sammarinese, sotto le telecamere del programma di Rai3 Report. Nel processo si saprà se i reati contestati – a vario titolo le accuse sono di riciclaggio e abusivismo bancario, oltre che di false comunicazioni alla vigilanza di BI e ostacolo all’organismo di controllo – reggeranno alla prova del dibattimento. Ma per ricostruire la complessa inchiesta attorno all’affaire Delta non c’è solo questa indagine. Nel Tribunale di San Marino è stata aperta una nuova inchiesta per amministrazione infedele: sotto la lente il pagamento da parte della Cassa di Risparmio delle quote che Sopaf, la finanziaria dei fratelli Magnoni, deteneva in Delta. Un prezzo giudicato eccessivo dalla perizia commissionata dal Tribunale sammarinese. Sulla cifra richiesta gli ex vertici della banca si erano sempre opposti. “

 

    1. Novembre 2014 Il Tribunale di Forlì non ammette la costituzione parte civile della Provincia di Rimini

Da Partito Democratico Cristiano Sanmarinese 21/11/2014

“La Provincia di Rimini non potrà essere parte civile nel processo Varano, l’inchiesta contro l’evasione fiscale scattata nel 2008 che, oltre agli allora vertici della Cassa di Risparmio di San Marino e società del Gruppo Delta di Bologna, ha coinvolto un migliaio di persone, di cui metà riminesi, accusate di avere sottratto al fisco qualcosa come un miliardo e duecento milioni di euro. E’ quanto ha stabilito ieri il Tribunale di Forlì che ha dunque ritenuto come la Provincia di Rimini non possa vantare nessun danno rispetto al riciclaggio né ad altre condotte illecite contestate nell’ambito del processo che si è aperto lo scorso 15 ottobre nel capoluogo forlivese. Cade dunque nel nulla il tentativo effettuato nel dicembre 2012 dall’ente di corso d’Augusto che, per mano dell’allora presidente della Provincia Stefano Vitali, chiese e ottenne dalla Procura di Forlì, titolare delle indagini, il riconoscimento di persona offesa e quindi la possibilità di accedere agli atti del procedimento penale. Il primo caso in Italia, ebbe a dire in quell’occasione lo stesso Vitali. “E’ la prima volta che un giudice considera formalmente l’evasione come danno contro la comunità, dovesse portare anche solo un euro indietro alla Provincia, questo aprirebbe una strada incredibile a livello nazionale – affermò Stefano Vitali -. Questi livelli di sottrazione di risorse al fisco non ce li possiamo più permettere se vogliamo guardare al futuro. E’ un problema non solo etico, ma anche economico”. Non così l’ha pensata il Tribunale di Forlì che, appunto, ha mostrato il “disco rosso” alla Provincia di Rimini ribaltando il parere espresso due anni fa dal giudice per le indagini preliminari del Tribunale di Forlì, Alessandro Trinci. Il riciclaggio, questo in buona sostanza il senso della tesi sposata dal gip, costituisce reato anche contro l’economia di un territorio, contro i suoi cittadini, su cui gli enti dovrebbero ripartire equamente le tasse e fornire servizi in base alle risorse a disposizione. La prossima udienza del processo Varano è in calendario il 4 dicembre prossimo.”

 

    1. Febbraio 2015 Il Tribunale di Forlì dispone che la competenza a giudicare spetta, per i tronconi principali dell’inchiesta al Tribunale di Rimini, per una parte residuale al Tribunale di Bologna

Da ROMAGNA NOI del 13/02/2015:

“ROMAGNA – Il processone “Varano” dovrà ripartire daccapo, o quasi. E’ di ieri pomeriggio alle 15 la lettura del dispositivo con il quale il Tribunale di Forlì ha accettato un punto dirimente, portato avanti da anni dal collegio difensivo della Cassa di Risparmio di San Marino, quello della competenza territoriale. I giudici hanno disposto che Forlì, appunto, non è competente a giudicare, cosa che spetta, invece, per i tronconi principali dell’inchiesta, al Tribunale di Rimini, per una parte residuale invece a Bologna. E così una quantità indefinita di faldoni di atti dovrà essere trasmessa alla procura della Repubblica presso il Tribunale di Rimini, idem per Bologna relativamente al troncone Sopaf.

“Provvedimento clamoroso”, commenta l’avvocato Moreno Maresi, “per circa 7 anni Forlì si è occupato di un processo che non aveva legittimità a fare”. “E’ un ripristino della giustizia e della legalità processuale – dice l’avvocato Guido Magnisi, difensore di tre imputati – questo procedimento va finalmente al giudice naturale precostituito per legge. E’ naturalmente un primo passo, perché non potrà che essere affermata l’assoluta correttezza di tutti gli imputati”. “E’ una grandissima soddisfazione – commenta l’avvocato Stefano Pagliai difensore di Paola Stanzani – abbiamo viste riconosciute le nostre ragioni che finalmente oggi trovano un riscontro da parte del tribunale”.

L’operazione Varano nel 2008 aveva portato in carcere i vertici della Cassa di Risparmio di San Marino, per la partecipazione nel gruppo bolognese Delta, specializzato nel credito al consumo. Per semplificare fra le 400 pagine di capi di imputazione, la parte più pesante delle accuse verteva sul riciclaggio. Ma i fatti di riciclaggio che gli inquirenti sostenevano essersi “consumati a Forlì”, secondo il Tribunale invece si conclusero a San Marino, tanto sul lato delle sostituzioni che dei trasferimenti delle somme. Il ragionamento dei giudici è il seguente: considerando che San Marino si raggiunge esclusivamente dall’Italia, coloro che hanno trasferito fisicamente le banconote sul Titano vanno giudicati a Rimini perché è questo il territorio italiano dove si è verificata l’ultima fase della loro condotta.

Le difese avevano puntato sull’incompetenza territoriale già in fase preliminare, poi il processo era cominciato nell’ottobre scorso davanti al Tribunale di Forlì con 28 imputati alla sbarra con 54 capi di imputazione. L’inchiesta condotta dalla procura della città romagnola aveva indagato quasi un migliaio di persone, per metà riminesi: i vertici della Cassa di Risparmio di San Marino erano finiti in carcere, poi rimessi in libertà, sotto accusa anche i vertici della finanziaria Carifin, oltre a funzionari
del Monte dei Paschi di Siena. L’ambito dell’operazione era quello dell’evasione fiscale e del riciclaggio malavitoso.”

 

    1. Settembre 2015 La Corte di Cassazione dispone l’incompetenza del Tribunale di Rimini; il processo torna a Forlì

Da L’Informazione di San Marino del 05/09/2015

Il processo Varano torna di nuovo a Forli’: la Cassazione dichiara l’incompetenza territoriale di Rimini

Antonio Fabbri –

A sollevare il caso il gip riminese nell’ambito della conferma di due sequestri a carico di Gianluca Ghini e Luca Simoni Il contestato reato di riciclaggio per la Prima sezione penale si consumò nel capoluogo romagnolo dove veniva attinto il denaro

SAN MARINO. Il peregrinare per tribunali del caso Carisp-Delta pare non dovere avere fine, anche se questa volta, la pronuncia è della Suprema Corte. Il caso Varano che riguarda la Cassa di Risparmio ritorna a Forlì, dopo che, in primo grado, il tribunale del capoluogo romagnolo si era dichiarato incompetente territorialmente ed aveva trasmesso una parte degli atti a Bologna – quelli per i fatti legati a Delta – e una parte – quelli inerenti il trasporto di denaro a San Marino tramite il portavalori Battistolli – a Rimini.
Una decisione sbagliata, almeno per quanto riguarda Rimini. Così ha ritenuto la Corte di Cassazione, prima sezione penale. Quindi, ancora una volta, il processo si sposta e tutto ritorna da dove era cominciato, a Forlì. La decisione della Suprema Corte di Roma è datata 30 giugno e il deposito della sentenza risale al 23 luglio scorso. Ma perché il processo Carisp torna a Forlì? E’ spiegato nelle dieci pagine di motivazioni della Cassazione, nella decisione presa dal Collegio formato dai magistrati Aldo Cavallo, Margherita Cassano, Antonella Patrizia Mazzei, presieduti da Severo Chieffi e con Filippo Casa come consigliere relatore.

Il Gip di Rimini si rivolge alla Suprema Corte Lo scorso 12 febbraio 2015 il giudice del dibattimento di primo grado di Forlì, in accoglimento delle eccezioni dei difensori, aveva diviso in due il fascicolo, inviandone una parte a Bologna e una parte a Rimini. Una decisione che i legali avevano subito valutato come un successo vedendo accolte le loro richieste che nella fase dell’udienza preliminare erano state invece rigettate. La parte del fascicolo inviata a Rimini riguarda i fatti del trasferimento di assegni e contanti dall’Italia al Titano tramite il famoso furgone portavalori della ditta Battistolli, oltre ad altre contestazioni per i diversi imputati.

La conferma dei sequestri innesca il ricorso Trasmessi gli atti al tribunale di Rimini, il pubblico ministero investito del fascicolo ha proceduto con gli adempimenti del caso, tra cui la richiesta di conferma del sequestro di due auto, una di Gianluca Ghini e l’altra di Luca Simoni, già “congelate” da parte dell’autorità giudiziaria di Forlì. Un adempimento che andava quindi avallato anche a Rimini.Per farlo il Pm si è rivolto al Giudice per le indagini preliminari. Nelle maglie di questa richiesta di conferma dei sequestri, però, il Gip riminese ha sollevato, il 3 marzo 2015, il “conflitto negativo di competenza”. Ha cioè di fatto detto: anche se il giudice di primo grado di Forlì ci ha trasmesso questo procedimento, non riteniamo di essere competenti noi di Rimini. Per dirimere la questione gli atti, come previsto dalla procedura, sono stati inviati alla Corte di Cassazione.
L’incompetenza di Rimini Il Gip riminese quindi ha sostenuto la propria incompetenza sui fatti di Varano affermando che la consumazione del reato contestato, riciclaggio, è avvenuta quando per cambiare gli assegni in soldi liquidi il contante destinato alla Carisp è stato prelevato dalla filiale di Monte Paschi di Siena di Forlì.
“Le operazioni di ostacolo all’identificazione della provenienza delittuosa dei capitali illeciti erano state realizzate mediante la loro monetizzazione in banconote, che erano state prelevate, per conto dell’istituto sammarinese e dei suoi clienti, in forme segrete e non trasparenti, dal conto gestione intestato alla Mps presso la filiale di Forlì della Banca d’Italia. Era proprio allo scambio della moneta bancaria, fatta affluire dagli imputati sul conto forlivese, con le banconote, che il Pm aveva attribuito centrale e autonoma valenza, sottolineando che tale condotta integrava al contempo operazione di ostacolo all’identificazione della provenienza delittuosa dei capitali, trasferimento giuridico e sostituzione degli stessi”, dice infatti il Gip di Rimini. Per il tribunale di Forlì che aveva invece inviato gli atti a Rimini, per il momento consumativo del riciclaggio dovevano considerarsi sia gli atti successivi del trasferimento di denaro, sia l’ultimo luogo di transito del furgone Battistolli che portava i soldi a San Marino. Un assunto che per il Gip riminese “era errato” perché le condotte successive non avrebbero cambiato il luogo in cui il riciclaggio è stato originariamente commesso. Ma la decisione del giudice forlivese per il Gip riminese era sbagliata anche perché al territorio della Repubblica di San Marino è possibile accedere pure attraverso la confinante provincia di Pesaro e Urbino. Non poteva essere dunque determinante questo argomento per stabilire la competenza territoriale, che, quindi, doveva restare radicata a Forlì, secondo il Gip di Rimini.
Le difese di Ghini e Simoni I difensori dei due imputati hanno dal canto loro sostenuto davanti alla Cassazione la correttezza della decisione del giudice di Forlì, chiedendo di dichiarare inammissibile il conflitto sollevato dal Gip riminese. Tra l’altro hanno sottolineato che la pronuncia sulla competenza territoriale avrebbe riguardato anche gli altri coimputati, non convocati però nel procedimento davanti alla Cassazione. Ricorso in Cassazione che i legali, Moreno Maresi e Filippo Sgubbi, hanno dunque chiesto di dichiarare inammissibile. La Suprema Corte, tuttavia, ha dato ragione al Gip di Rimini.
La decisione della Cassazione I giudici della prima sezione penale hanno, per prima cosa, ripercorso i fatti contestati. “Nelle citate imputazioni – si legge nella sentenza – si contestano, nel primo caso al solo Ghini, nel secondo anche al Simoni, operazioni sostanzialmente sovrapponibili di riciclaggio, consistite nel “trasferire somme di denaro di provenienza illecita depositate presso la Cassa di Risparmio della Repubblica di San Marino… sul conto corrente cesenate, intestato alla società Verdemare s.r.l., operazioni altresì idonee a ostacolarne l’identificazione della provenienza delittuosa, realizzando” un’operazione bancaria “con la quale veniva schermata sotto l’apparente causale di finanziamento soci un effettivo trasferimento e restituzione definitiva delle provviste illecite…”. Tali operazioni risultano compiute pacificamente presso la sede di Cesena della Banca di Cesena il 3 settembre 2007”. Oltre a ciò i giudici della Cassazione sottolineano che la fattispecie di riciclaggio, “che vede imputati funzionari, consiglieri di amministrazione, sindaci, dipendenti della banca Mps sede di Forlì, della Crrsm e della Carifin s.a, nonché personale della ditta portavalori Battistolli s.r.l., risultano ricostruite (…) come pacificamente avvenute a Forlì: una condotta di sostituzione degli assegni di provenienza illecita, consistita in operazioni di bonifico, poste in essere dall’Istituto Centrale delle Banche Popolari, di fondi bancari costituenti il controvalore dei suddetti titoli (pervenuti al predetto Icbpi dopo essere stati versati dagli autori dei reati presupposti, tramite la fiduciaria Carifin s.a., presso le filiali territoriali della Cassa di Risparmio di San Marino con prenotazione del prelievo in contante del controvalore), effettuate utilizzando il conto corrente n. 4370/56 intestato alla CRRSM e acceso presso la filiale di Forlì della Banca MPS; una successiva condotta di trasferimento della provvista bancaria” da Forlì, attraverso Battistolli, “a San Marino presso la Crrsm, a disposizione degli autori dei reati presupposti”, dice la Cassazione. Per la Suprema Corte, dunque, il fatto che la trasformazione degli assegni in contanti sia avvenuta a Forlì, sostanzia lì la condotta di riciclaggio ed è lì che il processo deve dunque tornare. “Deve dichiararsi la competenza del Tribunale di Forlì, cui vanno trasmessi gli atti”. Ora, la sentenza della Cassazione, essendo l’impugnazione del Gip relativa a due posizioni, riguarda sicuramente queste, quelle di Gianluca Ghini, già direttore di Carifin, e di Luca Simoni, all’epoca e pure oggi direttore di Cassa di Risparmio. Appare tuttavia inevitabile che, viste le motivazioni della corte, questa decisione si riverberi anche su tutti gli altri imputati. “Attendiamo di sapere quale decisione prenderà l’autorità giuidiziaria riminese”, afferma l’avvocato Moreno Maresi che al momento vede un procedimento spezzettato in tre rivoli: Bologna, Forlì e Rimini. Una vicenda che sul Titano, in particolare dopo la relazione della Commissione consiliare di inchiesta sul caso Carisp- Delta-Sopaf, ci si ostina a voler pensare sia acqua passata, ma i cui sviluppi giudiziari e di indagine, come l’inchiesta “Torre d’avorio”, ricordano che si tratta di un caso ancora aperto.”

 

    1. Ottobre 2015 L’Inchiesta “TORRE D’AVORIO”

Da ROMAGNA Corriere del 07/08/2105

“FORLÌ. Trentatrè miliardi di euro si sono mossi fra l’Italia, e in particolar modo dall’Emilia Romagna e dalle Marche, e San Marino dal 2009 al 2014. Praticamente ogni movimento è finito nel mirino della Guardia di Finanza di Forlì che, sulla scia della clamorosa inchiesta “Varano” del 2008, oggi con questa nuova e ancor più ampia indagine, battezzata “Torre d’avorio”, si trova a vagliare la posizione di oltre 58mila soggetti che dovranno rendere conto delle loro movimentazioni finanziarie verso il Titano.

Centinaia di migliaia di assegni, bonifici, trasferimenti effettuati da persone fisiche e giuridiche. Una ventina i miliardi di flusso in ingresso verso San Marino, il resto, circa 11 facevano il percorso inverso. Nel primo caso si ipotizza la fuga di capitali. Nel secondo il riciclaggio. Ma non si escludono anche altri reati compresa l’evasione fiscale.

La lista di quegli oltre 58mila nomi è stata stilata dal Nucleo di Polizia tributaria di Forlì coordinata dal procuratore della Repubblica Sergio Sottani. Sono posizioni ancora tutte da vagliare, per cui dunque non esiste al momento un registro degli indagati, ma fra quelli figurano, dice la Guardia di finanza forlivese, quasi tutti i nomi già conosciuti all’epoca di “Varano”.

I nuovi sistemi informatici hanno consentito questa volta controlli a ben più ampio raggio e ora permetteranno a chi indaga anche controlli incrociati più veloci ed efficienti. Tutto questo è stato possibile grazie a un programma informatico dello Scico della Guardia di Finanza di Roma (Servizio centrale investigazioni criminalità organizzata) che ha vagliato telematicamente circa 6 milioni di transazioni finanziarie.

Nel frattempo, dall’indagine di sette anni fa ad oggi, sono cambiate anche molte regole. Regole di cui forse molti dei soggetti che hanno continuato a trasferire soldi contando ancora su un regime di maggior protezione da parte del piccolo Stato non erano al corrente.

La Guardia di finanza forlivese, guidata dal colonnello Alessandro Mazziotti, spiega infatti di aver beneficiato non solo di nuove convenzioni fra Italia e San Marino rispetto allo scambio di dati bancari, ma sottolinea come anche le rogatorie sugli accertamenti fiscali siano diventate molto più facili.

Dei 58.841 soggetti che dal 2009 al 2014 hanno avuto rapporti finanziari con San Marino, 31.888 sono effettivamente sammarinesi e 26.953 italiani. Di questi circa 15mila sono emiliano romagnoli, e più nel dettaglio: 10mila riminesi, 1.500 del Forlivese e Cesenate, 800 del Ravennate, 1.300 circa del Bolognese; 4mila i marchigiani, ma ve ne sono anche dalla Lombardia, Campania, Toscana e Umbria. Per lo più si tratta di imprenditori, artigiani, professionisti, ma non solo, le posizioni sono davvero le più variegate. Se con il filone di indagine precedente, “Varano” appunto, si era arrivati ad attribuire a 1.050 soggetti redditi nascosti al Fisco per oltre 850 milioni di euro e un’Iva evasa per oltre 153 milioni di euro, l’ipotesi della Guardia di Finanza è che questa volta i conti finali saranno ben più sostanziosi. Ma i conti si faranno di fatto dal primo ottobre in poi. Fino al 30 settembre prossimo, è questo il richiamo di Finanza e Procura, la legge del 2104 sulla collaborazione volontaria prevede infatti la possibilità di regolarizzare la propria posizione dichiarando il trasferimento all’estero di capitali ed eventualmente facendoli rientrare pagando una cifra (dal 30 al 40% del valore dei soldi).

Lo Stato, e anche chi indaga, puntano alla collaborazione volontaria, i soggetti identificati dovranno infatti chiarire se le transazioni riguardano semplicemente trasferimenti di capitale all’estero per beneficiare di migliori tassi di interesse offerti dalle banche sammarinesi, oppure se si tratti d’altro. Solo dopo la scrematura che deriverà da questo passaggio, il lavoro di indagine si concentrerà sulle posizioni più complesse e potenzialmente illecite.”

 

Da Il Fatto Quotidiano del 25/09/2015:

“Un registro informatico con nomi e cognomi di 27mila italiani che tra 2006 e 2014 hanno esportato a San Marino oltre 22 miliardi di euro. E oltre 20mila di loro, stando ai primi accertamenti su dati bancari e dichiarazioni dei redditi, sono evasori: non hanno mai dichiarato al fisco italiano i soldi portati nella piccola repubblica del monte Titano. Sono i risultati di una imponente operazione di schedatura realizzata da Guardia di Finanza e Procura di Forlì, di cui dà conto il settimanale L’Espresso. Sui 27mila contribuenti più o meno fedeli (tre volte quelli che compaiono nella famosa lista Falciani) è ora in corso un’indagine battezzata Torre d’avorio che mira a capire quanta parte del denaro custodito nelle banche sanmarinesi sia frutto di evasione o di altri reati, dalla bancarotta fraudolenta al riciclaggio di denaro sporco.

Su alcuni il sospetto degli inquirenti è che si tratti di tesorieri di organizzazioni criminali, altri sono imprenditori il cui nome è legato a fallimenti e crac aziendali di varia portata. Dei 26.953 soggetti, 2.500 sono società intestate a cittadini della Penisola. Ma ci sono anche professionisti, commercianti e alcuni banchieri. Il quadro che emerge, sottolinea L’Espresso, è quello di un’evasione di massa di migliaia di piccoli soggetti. Due terzi dei quali residenti nelle regioni confinanti, Emilia Romagna e Marche. Per loro l’ultima possibilità di chiudere i conti con l’erario è aderire alla voluntary disclosure, l’operazione di rientro dei capitali dall’estero che avrebbe dovuto chiudersi il 30 settembre ma il governo Renzi intende prorogare di almeno due mesi.

Tra gli altri, per esempio, l’ex presidente della Cassa di risparmio di Cesena Germano Lucchi, accusato secondo il settimanale di aver nascosto a San Marino 5,2 milioni di euro su conti schermati da fiduciarie, i fratelli Vannis e Marco Marchi, titolari di Liu Jo (9 milioni), e l’uomo d’affari di Forlì Alessandro Alberani, sentito come testimone nell’inchiesta sulla cosiddetta P3 e sospettato di aver portato sotto il Titano 20 milioni. La somma più alta compare però accanto al nome di Alberto Bruscoli, titolare del mobilificio marchigiano Imab group, che attraverso una prestanome aveva accumulato a San Marino 69 milioni. Poi ci sono Pierino Isoldi, costruttore fallito – e ora ai domiciliari per aver procurato un aborto alla ex compagna – a cui le Fiamme Gialle contestano in tutto 15,5 milioni portati oltre confine, Italo Spagna, ex titolare della galleria d’arte Marescalchi di Bologna, a cui viene attribuito un conto da 2,3 milioni nelle banche sanmarinesi, e il veneto Ettore Setten, ex patron del Treviso calcio, anche lui finito in bancarotta, che avrebbe nascosto 5,5 milioni.

Su alcuni degli indagati, scrive il settimanale, le verifiche fiscali sono già state chiuse. In alcuni casi hanno ammesso gli addebiti e versato il dovuto al fisco, in altri hanno contestato le accuse. Questa, peraltro, è solo la fase uno dell’inchiesta condotta dal procuratore capo Sergio Sottani: la due riguarderà altri 11 miliardi di euro che, al contrario, sono stati accreditati in Italia da 29mila soggetti di San Marino e 953 di altri Paesi.

3. IL FUTURO
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